Storie, Esempi e Case Study
Oltre il rumore: il percorso di Monica Giaroni tra adolescenza, coscienza e autonomia
Nel rumore delle aspettative, dei giudizi e della fretta quotidiana, la voce di un adolescente può diventare difficile da riconoscere. Il lavoro di Monica Giaroni nasce proprio dal desiderio di creare uno spazio in cui la voce di un adolescente possa essere ascoltata davvero, trovare fiducia e diventare direzione.
Da ragazza Monica si sentiva spesso insicura, inadeguata e fuori posto. Oggi accompagna soprattutto i giovani a riconoscere le proprie risorse e a costruire autonomia. Il filo conduttore del suo percorso è racchiuso in una frase semplice e potente: «Vorrei dare ai ragazzi quello che avrei voluto avere io».
Il suo cammino professionale comincia nell’analisi contabile e dei dati, all’interno di uno studio professionale. Formando le nuove persone che entrano nel gruppo scopre il piacere dell’insegnamento e della condivisione. La fiducia ricevuta dagli altri le consente, poco alla volta, di vedere un valore che prima faticava a riconoscere in se stessa. Da quella consapevolezza nasce una domanda: quante persone possiedono qualità che non riescono ancora a vedere?
Le cicatrici come memoria della forza
Nel frattempo Monica diventa madre, cresce due figli e attraversa esperienze familiari non sempre semplici, comprese cadute e passaggi dolorosi. È proprio da quei momenti che matura una delle immagini più forti della sua visione: le cicatrici non sono qualcosa da nascondere.
Per lei, ogni cicatrice è un promemoria. Ricorda che una prova è stata affrontata, che ci si è rialzati e che, dietro il segno lasciato da una difficoltà, può emergere una virtù. Non si tratta di idealizzare il dolore, ma di non permettere che esso definisca soltanto una mancanza. Anche ciò che ha ferito può diventare esperienza, consapevolezza e forza disponibile per il futuro.
Questa idea accompagna il suo continuo percorso di formazione, fatto di studi, certificazioni e approfondimenti in ambiti diversi. Monica trasforma ciò che vive e ciò che impara in strumenti da condividere, soprattutto con chi si sente smarrito o non ancora all’altezza.
Una frase che diventa una chiamata
A dare una direzione ancora più precisa al suo impegno è un episodio avvenuto durante un confronto con un’insegnante di scuola primaria. Parlando della necessità di ascoltare maggiormente i bambini, Monica si sente rispondere che “i bambini non hanno la coscienza”.
Quella frase la colpisce profondamente. In quel momento comprende di voler fare la propria parte. Approfondisce la psicologia del pensiero, il mondo dell’infanzia, le dinamiche familiari e i meccanismi legati al narcisismo; prosegue poi nel coaching, dando una forma professionale al desiderio di aiutare i giovani a credere in se stessi.
La sua prospettiva parte da un presupposto preciso: i ragazzi non sono contenitori vuoti da riempire. Sono persone dotate di coscienza, libero arbitrio e qualità spesso ancora sommerse. Il compito dell’adulto non è decidere chi debbano diventare, ma creare le condizioni perché possano scoprirlo.
Entrare davvero nel mondo dei ragazzi
Specializzandosi come tutor degli apprendimenti, Monica entra in contatto diretto con studenti e studentesse. In una scuola privata partecipa anche alla costruzione di imprese formative simulate, attraverso le quali i ragazzi imparano a comprendere il funzionamento di un’attività, a distribuire i ruoli e a lavorare in squadra.
L’impresa simulata diventa così qualcosa di più di un esercizio tecnico. È un laboratorio umano: ciascuno deve confrontarsi con responsabilità, relazioni, capacità e limiti. Nel gioco dei ruoli emerge il sé, e insieme al sé possono emergere virtù che spesso non trovano spazio nelle forme tradizionali di valutazione.
Monica compie poi una scelta insolita e coraggiosa: a cinquant’anni torna sui banchi, consegue un secondo diploma e, per alcuni mesi, frequenta la classe insieme a studenti molto più giovani. All’inizio la differenza d’età crea curiosità e distanza; con il tempo, però, il divario quasi scompare.
Quell’esperienza le offre uno sguardo privilegiato sulla vita degli adolescenti di oggi. Le conferma che i ragazzi sono pieni di risorse, soprattutto quelli che sembrano non credere più a nulla. Spesso, proprio chi appare più chiuso custodisce dentro di sé energie che hanno bisogno di essere riconosciute, non comandate.
L’ansia da esame e ciò che viene prima
Nel lavoro con gli studenti Monica incontra spesso l’ansia da esame. Accade che un ragazzo, a pochi giorni dalla prova, dica di non volersi più presentare. Ma quel blocco, osserva, non nasce due giorni prima: è il punto finale di un percorso in cui la persona è andata avanti perché spinta dall’esterno, senza aver costruito una motivazione e una forza interiori sufficienti.
Accompagnare un giovane significa allora non limitarsi all’ultima emergenza. Occorre ascoltare ciò che lo ha fermato, restituirgli responsabilità senza abbandonarlo e aiutarlo a trovare una ragione personale per proseguire. È un lavoro che coinvolge inevitabilmente anche il rapporto con le famiglie e con le figure educative.
Proteggere senza sostituirsi
Proprio i genitori rappresentano, secondo Monica, una delle sfide più delicate. La protezione nasce dall’amore, ma può trasformarsi in una sostituzione continua: eliminare ogni rischio, anticipare ogni bisogno, fare al posto dei figli ciò che potrebbero imparare a fare da soli.
Coprire uno spigolo, bloccare un cassetto o allacciare le scarpe per fare più in fretta sono gesti comprensibili. Il problema nasce quando la protezione diventa una gabbia: se la comodità o la paura dell’adulto impediscono al bambino di misurarsi con la realtà, non può scoprire di saper superare le piccole prove; e se ogni pericolo viene rimosso prima che possa riconoscerlo, faticherà anche a sviluppare prudenza e discernimento.
Monica lo esprime in modo netto: i figli non sono animaletti da addestrare, ma individui da crescere ed educare. I suoi due figli hanno lasciato casa intorno ai vent’anni. Per lei non è stato il segno di una distanza affettiva, bensì dell’autonomia costruita nel tempo.
Essere genitori comporta anche sostenere la propria angoscia: aspettare un figlio che rientra, accettare di non controllare ogni passaggio, non usare la sorveglianza per placare esclusivamente la propria paura. L’obiettivo non è esporre i ragazzi senza protezione, ma permettere loro di fare esperienza e di scoprire che possiedono strumenti per affrontarla.
Il coaching come relazione empatica
Con le famiglie, come con i ragazzi, Monica non crede nella figura del maestro che arriva dall’alto e dice che cosa bisogna fare. Ogni genitore agisce con le risorse e la consapevolezza che possiede in quel momento; per questo, un intervento efficace deve partire dall’empatia, non dal giudizio.
Nella sua visione, il coaching è una relazione in cui ci si incontra sulla stessa lunghezza d’onda. Non consiste nel consegnare soluzioni preconfezionate, ma nel condividere esperienze, fare domande, ascoltare e creare uno spazio in cui l’altra persona possa riconoscere da sé la propria direzione.
Il messaggio, infatti, non arriva nello stesso modo a tutti. Entrare in relazione significa comprendere il linguaggio, il tempo e la sensibilità di chi si ha davanti, senza rinunciare alla verità ma evitando di trasformarla in imposizione.
Scoprire il proprio perché
Il cambiamento più profondo vissuto da Monica riguarda la percezione di sé. Attraverso il suo percorso ha compreso quello che definisce il motivo per cui è su questa terra.
Lo scopo personale, secondo lei, non può essere delegato alle aspettative altrui, a una relazione, a un ruolo o a un’autorità esterna. È qualcosa che va cercato dentro di sé. Quando si smette di domandare agli altri chi si dovrebbe essere, diventa possibile riconoscere una direzione più autentica.
Per Monica, questa scoperta ha portato chiarezza, centratura e sicurezza. Non ha cancellato le difficoltà, ma ha dato loro un posto all’interno di una storia dotata di significato.
Un bagno di umiltà
A chi desidera intraprendere un percorso di crescita, Monica suggerisce prima di tutto “un bagno di umiltà”. Significa liberarsi, per quanto possibile, dai pregiudizi verso gli altri e verso se stessi, guardare con sincerità le proprie mancanze e, nello stesso tempo, la propria potenza.
Il pregiudizio può talvolta funzionare come allarme, ma non deve sostituire il discernimento. Solo riconoscendo il libero arbitrio proprio e altrui è possibile uscire dalla trappola del giudizio. Giudicare continuamente gli altri, infatti, finisce per vincolare anche chi giudica, costringendolo a giustificare ogni scelta per restare coerente con l’immagine costruita.
Monica porta questa attenzione anche nel lavoro con le risorse umane. Quando una persona chiede un permesso, spesso sente il bisogno di spiegare dettagli personali per giustificarsi. A lei, invece, interessa soltanto ciò che serve per organizzare il lavoro: il motivo privato appartiene alla persona, che può condividerlo liberamente ma non dovrebbe sentirsi obbligata a farlo.
Lo stesso vale per i sentimenti. Dire a un bambino che “deve voler bene” può trasformare un’emozione in un dovere e generare vergogna quando ciò che prova non corrisponde alle aspettative. La relazione autentica non è gestione dell’altro: nasce dalla capacità di amare se stessi, riconoscere ciò che si sente e incontrare l’altro senza finzioni.
Percorsi di coaching e crescita
Il lavoro di Monica Giaroni si muove tra life coaching, tutoraggio degli apprendimenti, gestione delle risorse umane e consulenze aziendali. La sua attenzione è rivolta in particolare ai giovani, all’ansia legata allo studio e agli esami, allo sviluppo dell’autonomia, alla consapevolezza personale e alla qualità delle relazioni.
Il filo conduttore resta sempre lo stesso: aiutare le persone a riconoscere le proprie virtù, assumersi la responsabilità delle proprie scelte e costruire una direzione che sentano davvero propria.
Conclusione
Il percorso di Monica Giaroni mostra che educare non significa eliminare ogni ostacolo e che accompagnare non significa scegliere al posto dell’altro.
Le cicatrici possono diventare memoria della forza. L’insicurezza può trasformarsi nella capacità di comprendere chi si sente fuori posto. L’esperienza personale, quando viene attraversata con consapevolezza, può diventare una forma di servizio.
I giovani, nella sua visione, non hanno bisogno di adulti che vivano la vita al posto loro. Hanno bisogno di guide capaci di vedere le loro virtù, rispettare il loro libero arbitrio e restare accanto mentre imparano a riconoscere il pericolo, affrontare le prove e fidarsi delle proprie risorse.
È in quello spazio, oltre il rumore delle aspettative, delle paure e dei giudizi, che il coaching trasforma la confusione in direzione: smette di essere una tecnica e diventa un incontro autentico.
Contatti e collaborazioni
Per informazioni sui percorsi di life coaching e tutoraggio, sulle attività di gestione delle risorse umane o su possibili consulenze e collaborazioni aziendali, è possibile contattare direttamente Monica Giaroni. Nell’intervista indica WhatsApp come il canale più rapido.
MONICA GIARONI
Tutor e Life Coach • Gestione Risorse Umane • Consulenze Aziendali
Telefono e WhatsApp: +39 351 688 8529 — scrivi un messaggio
E-mail: monicagiaroni@gmail.com
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