Intervista al Prof. Amico Colaianni

Tra filosofia e psicologia: perché la prudenza può essere il rischio più grande

Abbiamo avuto il piacere di intervistare il Professor Amico Colaianni, noto psicologo, ipnotista e psicoterapeuta, in una conversazione che ha toccato temi profondi e universali: il rapporto con il rischio, la natura dei pensieri, il potere di autoregolazione della mente umana e il coraggio come motore di crescita personale. Ne è emerso un dialogo ricco di spunti, riferimenti biblici e filosofici, e soprattutto di saggezza pratica applicabile alla vita di tutti i giorni.

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“Se sei pronto a perdere la tua vita, la guadagni”

Il punto di partenza della nostra conversazione è una frase potente tratta dal Vangelo: “Se sei pronto a perdere la tua vita, la guadagni. Se non sei pronto a perderla, la perdi.” L’affermazione non va interpretata in senso letterale ma come un invito a lasciare andare l’illusione di controllo. Essere pronti a “perdere” significa accettare l’imprevedibilità della vita e, paradossalmente, questa apertura consente di ricevere di più di quanto si è disposti a sacrificare.

Questo tema ritorna nelle parole del filosofo cinese Lao Tzu: «La cosa più importante è essere pronti a sacrificare chi siamo adesso per ciò che potremmo diventare». È un principio di trasformazione: il vero cambiamento richiede la disponibilità a distaccarsi dalle vecchie abitudini e dai ruoli che ci definiscono, per aprirsi a possibilità nuove. La prudenza, quando diventa eccessiva, rischia di trasformarsi in immobilismo.

Conosci te stesso: dalla filosofia all’introspezione

Molti pazienti del Professor Colaianni sottolineano come, oltre alla competenza clinica e ai riferimenti biblici che arricchiscono le sedute, uno dei benefici principali sia proprio quello di imparare a conoscersi. Ma come si aiutano le persone a conoscersi davvero?

Colaianni ci riporta al tempio di Apollo a Delfi, dove l’iscrizione “Conosci te stesso” guidava chi cercava risposte dall’oracolo. La conoscenza di sé non è un lusso intellettuale: è una necessità. Richiede un’attenta capacità introspettiva, la volontà di guardarsi dentro con onestà. Come dice il Professore: “Senza la filosofia non si vive proprio, si vive alla rovescia.”

Il rischio come motore di crescita

Un filo conduttore dell’intera conversazione è il tema del rischio. Il Professor Colaianni lo considera un aspetto vantaggioso per l’individuo, richiamando il vecchio adagio: “La fortuna favorisce gli audaci.” Il rischio è lo stimolo che ci fa crescere, che ci spinge a fare nuove distinzioni, a imparare e a portarci a un livello superiore.

Ed è qui che emerge uno dei paradossi più affascinanti dell’intervista: la prudenza come vero rischio. Chi è eccessivamente prudente non produce mai frutti. Come ricorda Colaianni citando Gesù: “Un albero si misura dai frutti.” Il prudente, volendo sapere tutto in anticipo prima di agire, finisce per non agire mai. Agli occhi del prudente, chi ha coraggio sembra un temerario o un incosciente – eppure è proprio il coraggioso a raccogliere i risultati.

“La prudenza è il nuovo rischio” – potrebbe essere il titolo di un libro, come suggerito durante l’intervista. Il vero temerario, paradossalmente, è colui che non si muove mai.

Parlare in pubblico: meno preparazione, più autenticità

Essendo il public speaking uno dei temi dei nostri corsi, non potevamo non chiedere al Professore il suo punto di vista. La sua risposta è sorprendente e controcorrente.

Colaianni racconta la sua esperienza scolastica al liceo classico: le interrogazioni a sorpresa, anziché quelle programmate, rivelavano una conoscenza più profonda di quanto lui stesso pensasse di avere. Il segreto? L’attenzione alla domanda. “Nella domanda, se stai attento, c’è già la risposta, perché ogni domanda parte da un presupposto.”

Per chi deve tenere un discorso – un dirigente, un amministratore delegato, un professionista – il consiglio è semplice: fai uno schema dall’alto verso il basso. Stabilisci il tema, i punti chiave, e poi fidati della tua autorevolezza. Non devi rendere conto a nessuno del modo in cui sviluppi il discorso. L’eccessiva preparazione, al contrario, alimenta l’ansia e la tentazione di voler controllare ogni variabile.

Il potere di autoregolazione della mente

Uno dei principi che il Professor Colaianni utilizza più frequentemente è quello del potere di autoregolazione della mente umana. La mente, lasciata in pace, tende naturalmente a ritrovare il proprio equilibrio. Il problema nasce quando interveniamo troppo, quando cerchiamo di controllare e manipolare i nostri pensieri.

Questa visione trascende approcci come la Programmazione Neurolinguistica, che propone di “cambiare i pensieri per cambiare la vita”. In realtà non serve nemmeno scomodarsi a manipolare i pensieri: basta comprenderne la vera natura. I pensieri non costruttivi o non utili possono semplicemente essere lasciati passare.

Il concetto giapponese di Kaizen – il miglioramento continuo – riassume perfettamente questo approccio: andare sempre avanti, portare il proprio lavoro a un nuovo livello di qualità, senza fermarsi a cercare garanzie sul futuro. Come dice Colaianni richiamando ancora il Vangelo: “La nostra vita va fondata sulla pietra che tutti scartano” – cioè la non-garanzia del futuro.

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I due cervelli: direzione ed esecuzione

Il Professor Colaianni introduce un’immagine potente: la mente umana funziona come un sistema a due livelli. Da un lato c’è la parte “umana” – quella che dà la direzione, che decide, che pone l’attenzione. Dall’altro c’è la parte “animale” – l’esecutore fedele che realizza ciò che gli viene comandato.

È come guidare un’automobile: noi diamo la direzione con il volante, ma è la mente automatica che gestisce le mille micro-decisioni necessarie per evitare ostacoli e reagire agli imprevisti. Oppure come montare a cavallo: un cavallo è quindici volte più forte di noi, eppure lo dominiamo con la direzione e la fiducia, non con la forza bruta.

La formula benedettina “Ora et Labora” – prega e lavora – riassume questo principio: prima si decide (si “prega”, cioè si formula il desiderio e la direzione), poi ci si immerge nel lavoro e si lascia che la parte esecutiva faccia il resto.

Il punto cruciale è l’attenzione. Dove poniamo la nostra attenzione, lì cresce il “programma”. Se l’attenzione è su ciò che temiamo, la parte animale eseguirà fedelmente quel programma di paura. Se invece è su ciò che desideriamo, lavorerà per realizzarlo. Al cervello non importa la valenza positiva o negativa: esegue e basta.

Porgi l’altra guancia: scienza, non buonismo

Uno dei momenti più coinvolgenti dell’intervista è l’interpretazione che Colaianni dà del celebre insegnamento evangelico “A chi ti dà uno schiaffo, porgi l’altra guancia.” Non si tratta di buonismo, spiega il Professore, ma di scienza della mente.

Racconta un episodio personale: suo figlio, a otto anni, di fronte alla madre arrabbiata che lo aveva chiamato “stupido” e stava per dargli uno schiaffo, rispose: “Non sono stupido, sono solo cretino.” L’intera famiglia scoppiò a ridere. Il bambino, istintivamente, aveva “bloccato il cervello” dell’altra persona, disinnescando l’aggressività.

Educare all’errore: il segreto dei grandi

Un altro tema toccato è l’importanza di educare i figli – e noi stessi – a non temere l’errore. Si racconta di Sara Blakely, la celebre imprenditrice, il cui padre ogni giorno le chiedeva: “Quali errori hai fatto oggi a scuola? E se non hai fatto degli errori, mi arrabbio.”

Lo stesso approccio il Professore lo ha applicato con i propri figli. Quando sua figlia, oggi psichiatra, volle imparare a pattinare, lui le disse: “Bene, devi fare dieci cadute.” E lei, con serenità, rispose che ne aveva fatte solo sei o sette. L’obiettivo non era la perfezione, ma la disponibilità a cadere – perché solo così si impara davvero.

Il messaggio finale

Al termine dell’intervista, ispirandoci alla celebre domanda di Gandhi – “Se la tua vita fosse un messaggio, quale sarebbe?” – abbiamo chiesto al Professor Colaianni qual è il suo messaggio. La risposta, semplice e profonda: “Io desidero, poi lascio che il mondo faccia quello che vuole.”

Un invito alla fiducia, al coraggio di desiderare e poi lasciar andare. Un insegnamento che riassume perfettamente lo spirito di tutta la conversazione: agire con direzione, avere fede nel processo e non cercare garanzie – perché è proprio nell’incertezza che si nasconde la nostra più grande risorsa.

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I libri del Professor Amico Colaianni – tra cui “La tua mente è perfetta, però a volte si inceppa” (prima e seconda edizione) – sono disponibili contattando direttamente l’autore.

Trascrizione dell’intervista con il Prof. Amico Colaianni, curata in modo da conservare l’immediatezza della conversazione

D Professore, grazie per essere qui. In alcuni suoi interventi cita una frase evangelica che colpisce molto: “se sei pronto a perdere la tua vita, la guadagni; se non sei pronto a perderla, la perdi”. Che lettura ne dà?

R È una frase netta che non ammette repliche. Dice che se sei disposto a perdere ciò che hai di più caro — la vita — paradossalmente la “guadagni”. Se invece ti aggrappi alla prudenza per conservarti, finisci per perderla.


D Questo mi ricorda anche un’idea attribuita a Lao Tzu: essere pronti ad abbandonare ciò che si è, per ciò che si può diventare. Lei vede un collegamento?

R Sì, il punto è molto vicino. Nella tradizione taoista si trova anche il tema dell’“azione nella non-azione”: non significa immobilità, ma il non forzare. In pratica: non cercare di controllare tutto prima di muoversi, ma dare una direzione e procedere.


D Molti suoi pazienti dicono che, oltre alla competenza, il beneficio maggiore è imparare a conoscersi. In che modo li aiuta davvero a conoscersi?

R Qui si entra quasi nella filosofia. Da ragazzo sentivo dire: “la filosofia è quella cosa con la quale, senza la quale, si vive tale quale”. Poi ho capito che senza filosofia non si vive proprio: si vive “alla rovescia”. Il punto centrale è l’introspezione: la capacità di guardarsi dentro con lucidità. Non è questione di leggere manuali; è questione di riconoscere un fatto di base: non siamo onniscienti.


D E cosa implica, concretamente, dire “non sono onnisciente”?

R Implica fermarsi lì. Se la risposta è “no, non posso sapere in anticipo”, allora non posso continuare a ragionare come se lo sapessi. Molti problemi nascono dal tentativo di “sapere prima per poter fare”. Ma non è possibile. Quindi mi devo esporre al rischio. E qui Oriente e Occidente, quando parlano seriamente della mente, arrivano a un punto simile: il rischio non è solo inevitabile, è anche vantaggioso per l’individuo. È lo stimolo che permette crescita e apprendimento.


D A proposito di rischio: usa anche il motto “la fortuna favorisce l’audace”.

R È un buon promemoria: troppo spesso la prudenza è solo desiderio di garanzia. E la garanzia del futuro non esiste.


D Dal nostro punto di vista — noi facciamo anche formazione sul public speaking — quale potrebbe essere un approccio efficace per aiutare le persone a parlare in pubblico? Ha senso “prepararsi”?

R È proprio lì che cade la tentazione: “mi preparo”, così controllo l’esito, così ottengo approvazione, così evito giudizi. È lo stesso meccanismo dello studente che teme l’interrogazione: se l’interrogazione è “programmata”, sembra rassicurante; in realtà aumenta lo spazio mentale per l’ansia e per le ipotesi. Io ho imparato che, quando sei chiamato a rispondere “all’improvviso”, puoi scoprire di sapere molto più di quanto credi — perché ascolti la domanda e rispondi. Se sei davvero attento, dentro la domanda c’è già una direzione di risposta: ogni domanda contiene presupposti.


D Quindi, se penso a un manager che deve parlare al board o al team: che cosa suggerirebbe in pratica?

R Suggerirei di evitare il mito del controllo totale e di puntare su uno schema essenziale. Il tema è questo: “dirò questo, poi questo, poi questo”. E poi mi ascolto mentre parlo. Non posso fare altro. Le persone temono che ciò che dicono “piaccia” o “non piaccia”, ma non possono saperlo prima. Quindi la via funzionale è: definisco una direzione, preparo una traccia, e accetto il rischio.


D Lei collega spesso questo punto alla gestione dei pensieri.

R Certo: la tentazione è sempre la stessa — voler sapere prima. Se non credo in una dimensione trascendente, allora devo conoscere a fondo quest’organo: la mente. E, in ogni caso, posso espormi al rischio solo accettando che non ho alternative: non esiste alternativa alla speranza.


D Lei dice anche che oggi molte persone faticano ad affidarsi.

R Sì. È una difficoltà diffusa: non si “crede” davvero, nel senso di affidarsi. E senza affidamento, la mente pretende garanzie che non può ottenere.


D A un certo punto lei fa anche un esempio legato alla pandemia e alla fede.

R L’esempio, per come lo intendo io, è questo: la direzione che prendi con i tuoi pensieri conta. Se dirigo il mio corpo verso la vita — se non lo intralcio con dubbi e controllo — la mia mente troverà una via per vivere. Il punto non è dimostrare in anticipo “se è vero o no”: già questo sarebbe ricascare nella tentazione del sapere prima. Il punto è la direzione.


D Questo trascende anche il tema: “cambia i pensieri e cambia la vita”?

R Quell’approccio può diventare superfluo quando capisci la natura dei pensieri: non sei obbligato a manipolarli uno per uno. Puoi avere un altro rapporto con i pensieri: se non sono utili li lasci passare. Il problema inizia quando ti metti a classificare ossessivamente “buono/cattivo”, perché è un modo per cercare garanzia preventiva.


D In questo contesto lei cita anche l’idea del miglioramento continuo.

R Sì, mi piace dirlo in modo semplice: “si va avanti”. Migliori, aggiusti, prosegui. Sempre ricordando: non sei onnisciente.


D Lei usa anche un’immagine forte: “fondare la vita sulla pietra che tutti scartano”. Che cos’è questa “pietra”?

R È la non-garanzia del futuro. La gente cerca continuamente garanzie. Quindi l’esercizio è ascoltarsi: quando parli, quello che ti esce di bocca è una ricerca di garanzia o no? E correggere quella tendenza. C’è un paradosso: meno cerchi la garanzia, più ti trovi in una condizione migliore per agire bene — e, se serve, per “dirigere” i risultati in modo sano.


D Lei parla di “due funzioni” della mente: una che dà la direzione, e una esecutiva.

R Sì. Una parte stabilisce la direzione; un’altra parte esegue. Se tu dai una direzione chiara e poi non interferisci con continuo controllo, l’esecuzione è sorprendentemente affidabile. La chiave pratica è l’attenzione: dove va la tua attenzione, lì cresce il tuo “grano”. L’attenzione comanda: se la metti su ciò che temi, finisci per alimentarlo. È anche per questo che certi programmi “contro l’ansia” rischiano di amplificare l’ansia: spostano l’attenzione proprio lì.


D E l’emozione? Come possiamo gestirla meglio?

R Prima di “gestirla”, ringraziala: meno male che è arrivata. L’emozione ti segnala che ti sei spostato: volevi una cosa, ma in qualche modo ti stai orientando verso un’altra. La difficoltà è che spesso non cogli in presa diretta quando avviene lo spostamento; te ne accorgi dopo, con l’insuccesso o con il sintomo. Però proprio quel segnale — ansia, inquietudine — può salvarti: ti costringe a chiederti “come mi sono girato?”. Lì inizi a raddrizzare.


D Nel dialogo lei critica una certa psicologia “manichea”, del giusto/sbagliato.

R Sì: quando sei rigido sul giusto/sbagliato, rischi di non vedere come funziona davvero la tua mente. La mente ha una grande capacità di autoregolazione: se la lasci in pace, tende a ritrovare un equilibrio naturale. Ma “in pace” significa: la direzione è stata data, e tu non stai continuamente intralciando con controllo e pretese di certezza.


D Lei fa anche esempi concreti per spiegare la fiducia.

R Sì: domare un cavallo, guidare un’auto, fare cose quotidiane comporta sempre rischio. Non puoi prevedere tutto — gli altri, gli imprevisti. Eppure agisci. Come fai? Dai una direzione e poi ti affidi. La mente esecutiva orienta, evita ostacoli, corregge. Se invece vuoi “sapere prima” ogni esito, ti blocchi.


D Lei arriva a una frase forte: perché un “prudente” spesso non combina nulla?

R Perché vuole prima sapere, poi fare. Più dà valore, più pretende garanzie, più rimanda. Agli occhi del prudente, il coraggioso sembra incosciente. Ma il criterio reale è un altro: si valuta dai frutti. Se la prudenza non produce frutti, allora è solo paralisi.


D E da qui: “il rischio maggiore è non correre rischi”.

R Esatto. Chi si definisce prudente, spesso è temerario in modo sterile: rischia la vita senza viverla davvero.


D Lei dice che questo nodo diventa enorme in dinamiche come gelosia e innamoramento possessivo.

R Perché lì la persona pretende addirittura di leggere la mente dell’altro: vuole la garanzia di essere amata, come se fosse possibile ottenerla. E quando non la ottiene, inizia l’interrogatorio: domande inquisitorie, tono accusatorio. Così rovina la relazione proprio nel tentativo di salvarla.


D In questo passaggio lei richiama anche “porgere l’altra guancia” e “dare anche il mantello”. Come lo intende?

R Non come buonismo. È una strategia psicologica: se tu rispondi con un “eccesso” non previsto, puoi disinnescare l’automatismo aggressivo dell’altro. Ho capito questa cosa anche con un episodio familiare: a tavola, mio figlio — da bambino — riuscì con una risposta intelligente e ironica a spezzare un’escalation. L’aggressività si fermò, perché l’automatismo si bloccò. E lo stesso principio l’ho visto in altri racconti: di fronte a una minaccia, una risposta paradossale può interrompere la sequenza e creare spazio per agire.


D C’è poi un tema educativo che emerge: incoraggiare l’errore.

R Sì. Io ho applicato spesso una logica semplice: “fammi vedere quante cadute fai”, “fammi vedere quanti errori provi”. Non si tratta di esaltare l’errore in sé, ma di togliere la paura dell’errore. Quando la paura cala, la prestazione migliora: perché torni a muoverti, a fare, a imparare.


D Lei cita anche un caso famoso legato all’imprenditoria: Sara Blakely e l’idea che il padre le chiedesse degli errori fatti.

R Esatto: è un ottimo esempio culturale di come si può educare la mente a non temere lo sbaglio, ma a vederlo come segnale di movimento e apprendimento.


D Prima di salutarci, Ci mostra i suoi libri e spiega come reperirli.

R Sì: chi è interessato può informarsi tramite i canali indicati dal progetto editoriale dell’intervista.


D Chiudiamo con una domanda ispirata a una frase attribuita a Mahatma Gandhi: “se la tua vita fosse un messaggio, quale sarebbe?” Qual è il suo messaggio?

R Il mio messaggio è uno: desidero, e poi lascio che il mondo faccia quello che vuole. Do una direzione, e procedo.

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Matt Traverso
Coach Professionista e Direttore Didattico di Coaching Academy

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